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martedì 14 maggio 2013


Martedì della VII Settimana di Pasqua


Non voi avete scelto me, ma Io ho scelto voi





Martedì 14 maggio - San Mattia, Apostolo 


(è il discepolo che prende il posto di Giuda,  tra l’Ascensione e la Pentecoste gli Apostoli tornano ad essere Dodici)


Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,9-17)


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
 
Spunto di meditazione e preghiera personale:


Dio è Amore, questo è il messaggio che Gesù vuole sottolineare ancora una volta, consegnandolo agli Apostoli. L’unica cosa importante è rimanere nell’Amore di Cristo e per farlo basta seguire i Suoi insegnamenti, i Suoi 'comandamenti'... Di che si tratta, in concreto? Certamente Gesù ha detto molte cose, anche innovative, che vanno ad aggiungersi e a reinterpretare le Dieci Parole, le tavole  della Torah lasciate da Dio a Mosè; ma soprattutto, ha vissuto l'Amore, lo ha interpretato con la Sua esistenza, con i Suoi gesti, con il dono totale di sé.
Ed il comandamento nuovo, il segno tangibile dell'originalità della predicazione di Gesù, ma anche il Suo lascito spirituale, è che i Suoi si amino gli uni gli altri come Lui li ha amati: questa è la misura straordinaria! Gesù ha dato la vita per i Suoi fratelli, anzi li chiama amici, non per sminuire il legame ma anzi per rafforzarlo: i parenti ti capitano, gli amici li scegli e poi li ami come veri fratelli. Non vi è dono più grande che portare a compimento l’opera del Padre iniziata da Gesù, con la testimonanzia d’Amore affidata agli Apostoli, che dovranno predicare in vece Sua e diffondere la Sua Parola nel mondo. Solo nella testimonianza e nella realizzazione di questo Amore donato a tutta l’umanità si è potuto realizzare il progetto del Padre fino ai nostri giorni. Noi stessi salutandoci ci auguriamo - con amore! - la pace gli uni gli altri... questo deve rimanere il nostro imperativo: attraverso il dono dello Spirito, imparare ad amare noi stessi perchè il nostro corpo è il tempio, la dimora di Dio, solo così saremo in grado di poterci amare anche gli uni gli altri come Gesù ci ha amati e come continuerà sempre a farlo!












martedì 7 maggio 2013

 
Martedì della VI Settimana di Pasqua

Se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito




Martedì 7 maggio - Santa Domitilla, martire


Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 16,5-11)


In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Ora vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore.
Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi.
E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato».


Spunto di meditazione e preghiera personale:


Siamo ancora nel Cenacolo con Gesù e i discepoli, non ci sono solo gli Apostoli, gli undici della prima ora, assieme a loro ci sono anche gli ultimi fedelissimi, tutti i discepoli. Il dialogo testamentario continua ed il Messia dice ai Suoi che è un bene che Lui se ne vada, che torni alla casa del Padre, altrimenti non discenderà su di loro il dono dello Spirito Santo. Strano potrebbero pensare i discepoli, non potrebbe rimanere con noi ed allo stesso tempo donarci questo Paraclito? In fondo Lui stesso ci ha già battezzati in Spirito - come già predetto da Giovanni Battista: “Verrà uno dopo di me che battezzerà, non in acqua, ma in Spirito”- ed allora perchè andare via? In fondo abbiamo già avuto lo Spirito! Non sarebbe meglio rimanere con noi per continuare ad istruirci ancora e confortarci? Ma proprio questo sarà il nuovo messaggio di Gesù: ci vuole la Sua morte, ed una morte sacrificale in Croce per dare un senso al dono. Con la Sua morte Gesù ci fa rinascere, ci toglie il peccato originale, fa di tutti noi degli uomini liberi, ci regala la vita eterna. Così dà un senso alla vita finalizzandola alla morte ed un senso alla morte quale atto ultimo del nostro vivere. La nostra vita non è più fine a se stessa, non è un susseguirsi temporale di eventi scollegati, non è finalizzata alla soddisfazione effimera dell’accumulo di beni, di denaro, di  materialismo, di corporeità, ma è la manifestazione della creaturalità, del dono fatto da Dio di un tempo di preparazione all’eternità da ricolmare di misericordia, di pace, di perdono, di Amore. Ecco lo Spirito verrà solo dopo il sacrificio per farci comprendere quanto grande deve essere il nostro impegno, quale dovere abbiamo nei confronti di noi stessi nel non sprecare i doni e la vita stessa. I talenti ricevuti dovranno essere messi a frutto, perchè alla fine ce ne verrà chiesto conto e....non sappiamo nè il giorno, nè l’ora!

lunedì 29 aprile 2013

Martedì della V Settimana di Pasqua

Vi do la mia pace


Martedì 30 aprile - San Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786 - 1842)

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,27-31)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

Spunto di meditazione e preghiera personale:

Gesù ci lascia un altro insegnamento attraverso la Parola, ci regala un altro dono anch'esso frutto dell’Amore del Padre verso di noi: la pace. Ma la pace che ci lascia, Lui ci tiene a specificarlo subito, non è la "pace del mondo", che in definitiva si riduce ad un gioco di equilibri, ad una - sempre relativa - tranquillità (quando c'è!) appesa all'assenza di conflitti eclatanti e a compromessi sempre precari... piuttosto, è la pace dello spirito, frutto del perdono, della misericordia, della carità, della riconciliazione, del senso di sentirsi ed essere figli di Dio, di essere e comportarsi come fratelli, di appartenenza a Gesù e di comunione con Lui.
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace” è la nuova vita che ci aspetta dopo il sacrificio di Gesù: “Vado e tornerò da voi” è la promessa che non ci abbandonerà mai più. Con l’istituzione dell'Eucaristia nell'ultima cena ci farà dono del Suo memoriale, della comunione con il Suo corpo e sangue: non possiamo vederlo con gli occhi della carne, ma solo con quelli dello spirito. Nell'intimo del nostro cuore Gesù diventa un tutt'uno con noi, entriamo a far parte di quella dimensione celeste ogni volta che entriamo in contatto con Lui. E la Sua pace - questo senso di pienezza e di gioia di vita - è ciò che ci rallegra, che ci rende beati, è il frutto del Suo amore. Impariamo ad ascoltare la Sua voce che ci parla, questo è il segreto per vivere una vita felice, ascoltare e vivere secondo il Suo insegnamento... davvero non ci chiede tanto e tanto ci regala, tutto il Suo Amore!

martedì 23 aprile 2013


Martedì della IV Settimana di Pasqua
Io e il Padre siamo una cosa sola

Martedì 23 aprile - San Giorgio, martire
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,22-30)
Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
Spunto di meditazione e di preghiera personale:
Giovanni nel suo brano di oggi ci narra l’ultima predicazione di Gesù al Tempio. E’ la festa della Dedicazione o riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme, fatta dopo un'antica profanazione causata da Antioco IV con l’introduzione nel Tempio stesso di una statua di Giove Capitolino. Si celebra durante il mese di Dicembre, tant’è che l’evangelista ci sottolinea che ci troviamo in inverno: un po' strana questa citazione, normalmente non si fa caso al tempo, alla stagione. Il riferimento potrebbe essere anche simbolico: cioè, parlare della stagione del freddo dei cuori, il rigido approssimarsi del tempo ormai prossimo della Passione di Gesù... un inverno dell’animo umano, delle masse come sempre volubili che preferiranno abbandonare Gesù, il Messia della Storia, scegliendo al suo posto Barabba, un rivoluzionario assassino.
Ultima notazione storica della festa della Dedicazione è che viene chiamata anche 'festa delle luci', perchè all'epoca venivano e restavano accesi ininterrottamente per tutto il tempo della festa, una settimana, i candelabri del Tempio.
Come sempre, Giovanni non lascia nulla al caso il suo accenno alla riconsacrazione del Tempio è la perifrasi neanche tanto nascosta della domanda posta a Gesù dai Giudei, la forte classe dirigente ebraica, custode della tradizione e della Legge VT, cioè: “Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”. Ancora una volta una provocazione a Gesù, il tentativo è chiaro, vogliono che Egli ammetta di essere il Consacrato, l’Unto del Signore, per poterLo perseguire ed arrestare o lapidare immediatamente (come subito dopo tenteranno realmente di fare, ma il tempo non era ancora compiuto) gridando allo scandalo, come faranno di lì a poco tempo durante la Pasqua. Gesù non si tira indietro ed afferma che loro hanno potuto vedere le Sue opere, hanno ascoltato le Sue parole - ogni cosa è stata compiuta nel nome del Padre - ma non hanno creduto e non potranno mai credere, perchè non fanno e non faranno mai parte del Suo gregge... parole forti, difficili da riferire, secondo certi nostri schemi, al Messia misericordioso... ma non sono affermazioni di esclusione da parte Sua, bensì affermazioni dichiarative di una situazione di chiusura sempre più radicale, premonizione profetica di quanto dovrà accadere a compimento proprio di quelle Sacre Scritture di cui i Giudei si proclamano fedeli custodi e seguaci.
E Gesù apertamente afferma che farà dono della Vita eterna a tutti coloro che lo seguiranno, il Suo gregge di pecore: un paragone che non intende tanto mettere in evidenza la debolezza ottusa degli uomini, visti cioè come soggetti manipolabili, capaci solo di seguire senza capire, quanto piuttosto, al contrario, come persone dal cuore aperto e fedele, docili, capaci di ascoltare e di riconoscere la Sua Parola come la Parola che viene dal Padre, il Padre di tutti gli uomini, con cui Gesù è un Unicum, un'unità di comunione e di amore nella relazione delle Tre Persone divine.

martedì 16 aprile 2013

Martedì della III Settimana di Pasqua

Non Mosè, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo


Martedì 16 aprile - San Fruttuoso, Vescovo

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,30-35)

In quel tempo, la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”».
Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane».
Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».







Spunto di meditazione e preghiera personale:

La folla, il popolo dei Giudei che ha seguito Gesù prima sul monte (moltiplicazione dei pani e dei pesci), poi sul Lago di Tiberiade ed ancora a Cafarnao, nella sinagoga (come Giovanni chiarisce, nello sviluppo del brano): lì  continua il confronto con Gesù.
Sono gli 'irriducibili', quelli più fortemente determinati a non perdere contatto con quest'uomo straordianrio che finalmente ha dimostrato di essere diverso da tutti gli altri, uno che "i problemi li risolve ", un potenziale Messia che si sa accreditare con gli stessi segni di Mosè (il "pane dal cielo" = la manna).
Hanno appena chiesto, implicitamente, che Gesù continui sulla strada intrapresa (altro pane, altro cibo... lo abbiamo visto ieri); ora, dopo la 'strana' risposta di Gesù che non è in sintonia, che apparentemente 'smonta' l'impalcatura delle loro aspettative, rilanciano, chiedonodogli altri segni... maggiori certezze, garanzie. Richiamano espressamente la figura di Mosè, che aveva dato ai loro padri affamati la manna nel deserto, un segno tangibile di amore e disponibilità verso il popolo sofferente: questo è il loro unico paramentro, la rivelazione Veterotestamentaria, perchè è ciò che conoscono e che hanno sperimentato in secoli di storia precedente.
Chi pensa di essere questo Gesù Nazareno, che fa riferimento ad un Padre Celeste (e quindi si professa Figlio di Dio) e che per giunta parla di 'vita eterna' e di un 'pane spirituale' che dona questa vita eterna? Come fare a fidarsi di Lui? E’ vero ha fatto dei prodigi, ma potrebbe essere un semplice profeta o addirittura un tentatore ed un impostore venuto da Satana! I giudei tentennano, ma poi dicono anche: se tu ne sei in grado, dacci questo pane sempre!
Non aprono il cuore a qualcosa di nuovo, stentano a fare quel salto di qualità nel rapporto con il Signore... noi in teoria siamo più fortunati, perchè conosciamo lo sviluppo di tutta la vicenda, pur non avendo visto... ma siamo capaci di credere che Gesù è il nostro pane di vita eterna?

martedì 9 aprile 2013

Martedì della II Settimana di Pasqua

Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo


Martedì 9 aprile 2013 - San Massimo, Vescovo

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,7-15)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

Spunto di meditazione e preghiera personale:

Nel Vangelo di Giovanni, il dialogo di Gesù con Nicodemo, nel cap. 3 (praticamente agli inizi della Sua vita pubblica), rappresenta il confronto del "Nuovo"con il meglio del "vecchio" (Nicodemo è un maturo, forse anziano, nonché autorevole membro del Sinedrio).
Gesù provoca sapientemente il (presunto) sapiente Nicodemo, che comunque si dimostra non presuntuoso, anzi attento e aperto al dialogo, parlandogli delle 'cose della terra' - l'uomo, in definitiva -  come fondate nelle 'cose del Cielo', quindi della natura umana e della vita dello Spirito, del principio 'carnale' dell'esistenza e della vita eterna (la vita di Dio), dell'alfa e dell’omega...

Gesù rivela a Nicodemo che tutto quanto viene dalla 'carne' (sarx), dall'uomo 'naturale', quello uscito dal grembo materno e non ancora ricreato dallo Spirito, ancora 'a metà', può contenere solo - e a malapena - le cose del mondo. Tutta la nostra conoscenza riferita alla ragione (a tutto ciò che possiamo vedere, toccare, sperimentare, comprendere a partire dai nostri sensi e dalle nostre categorie) non è e non può essere da sola in grado di farci gustare le cose del Cielo, di farci cioè cogliere in pieno il senso della nostra esistenza, che rimanda ad un principio divino, appunto.
Solo rinascendo nello Spirito possiamo raggiungere questa conoscenza piena, solo Dio è in grado di dare all’uomo la risposta definitiva sulle sue origini e sul suo destino, Lui solo ha parole di vita eterna, come riconoscerà l'apostolo Pietro, proprio nel Vangelo di Giovanni, al cap. 6

L’uomo ha bisogno di credere - di fare questo atto di abbandono fiducioso in una Parola dall'alto - per non restare ingabbiato nella finitezza della mente, nei limiti angusti della ragione pratica, delle cose infinitamente piccole del mondo. Ha bisogno di riconoscere la chiamata  per aprirsi per il soffio dello Spirito alle cose infinitamente grandi del Regno dei Cieli, che solo Gesù conosce perchè è da lì che viene (dallo 'spazio esistenziale' che è il Suo rapporto col Padre) ed è lì che ritorna.

Il tempo della Pasqua è un tempo davvero propizio per questo incontro determinante: e come Gesù ricorda a Nicodemo, il segno della credibilità di questo Amore è ancora una volta il mistero della Croce, che ora veneriamo gloriosa nelle piaghe trasfigurate di Gesù, come ci ha appena ricordato la festa della Divina Misericordia.



martedì 26 marzo 2013



Martedì della Settimana Santa

 


Uno di voi mi tradirà... Non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte



Martedì 26 marzo 2013 

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 13,21-33.36-38)

In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà».
I discepoli si guardarono l'un l'altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui.
Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare fallo, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poichè Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte.
Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire».
Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte».

 

Spunto di meditazione e di preghiera personale:

In questo brano, tratto dal racconto che Giovanni fa dell'ultima cena, inizio della Passione di Gesù, si consuma invece l'epilogo della vicenda terrena di un altro personaggio, passato alla storia come "il traditore" per antonomasia: Giuda Iscariota.

Giuda era uno dei dodici apostoli scelti da Gesù per diffondere la Buona Novella, dodici in quanto rappresentano il principio ed il fondamento del nuovo Israele, la Chiesa. A lui, come abbiamo visto nel Vangelo di ieri, era affidata la cassa del gruppo ed anche in questo ruolo risultava alquanto discusso e discutibile. Giuda è comunque un personaggio centrale nella vita e nella storia di Gesù, anzi potremmo dire, in certo qual modo, che senza di lui non ci sarebbe stato tradimento, non si sarebbero adempiute le Scritture e Gesù non sarebbe morto, perlomeno non in quel momento, non con le modalità che conosciamo.


Potremmo anche pensare che il destino di Giuda era segnato dall'inizio - qualcuno lo ha fatto, identificando in Giuda addirittura  una specie di eroe tragico, che sacrificando se stesso rende possibile la redenzione - ma in realtà dalle parole del Maestro capiamo che, come sempre, l'uomo ha sempre una possibilità di scelta e Gesù glie la mette davanti, fino all'ultimo, dicendo: "Quello che vuoi fare, fallo, fallo presto". E davanti a questa esortazione, Giuda non tentenna, la sua decisione è presa: il suo libero arbitrio è stato esercitato e rispettato.
Certo egli non tradisce Gesù per trenta miseri denari (una cifra comunque simbolica, è il prezzo pagato dalle autorità religiose per 'ricompensare' il servizio del Pastore inviato da Dio ad Israele in Zc 11, nell'atto di rigettarlo). Giuda, pur essendo un apostolo, fa ormai parte di quella schiera di detrattori e di persecutori che abbiamo visto allargarsi negli ultimi brani dei Vangeli. Non è stato sempre così, ovviamente: all'inizio Giuda era entusiasta di aver incontrato il Messia, di poterlo seguire nei Suoi insegnamenti e spostamenti.
Giuda, come del resto gli altri apostoli, era legato a quella visione Veterotestamentaria del Messia condottiero, del novello Davide che avrebbe guidato il popolo d'Israele contro il gigante oppressore (Roma); ma man mano che il tempo passava, Gesù dimostrava sempre di più la Sua intenzione di essere Re in un altro modo (lo dirà espressamente a Pilato), non usando la violenza ma l'amore... la sua volontà di liberare sì gli uomini, ma dal dramma e dalle conseguenze del peccato originale, per farli rinascere a nuova vita nel battesimo di Spirito. Giuda, nei gesti che fa - consegnare Gesù per una misera cifra, indicarlo con un bacio ai suoi carnefici... tutti segni di disprezzo e di rancore - attesta evidentemente di essere un deluso dal suo presunto 'idolo' rivelatosi inconsistente: il trascinatore di folle e di eserciti che aveva idealizzato era invece un Uomo (Dio!) portatore al mondo di Amore, di semplicità, perdono, misericordia. Per questi motivi la delusione era sfociata in rabbia ed i trenta denari offerti sono solo un pretesto. Il Sinedrio era arrivato a lui perché in qualche modo le spie dei sommi sacerdoti sapevano di questa inquietudine ed hanno fatto facile breccia in un uomo in realtà debole e disperato. Che tale rimarrà, ponendo fine alla sua vita dopo poche ore.


Insieme a lui, oggi la liturgia fa spazio anche Simon Pietro: un altro uomo debole e confuso, anche lui deluso nelle sue aspettative, al punto tale da rinnegare Cristo quella stessa notte... Ma a differenza di Giuda, ecco un peccatore che, messo di fronte alla sua colpa dal canto del gallo, può ancora incrociare lo sguardo misericordioso di Gesù - come abbiamo ascoltato domenica scorsa nel racconto della passione secondo Luca - e ritrovarci quel perdono incondizionato che lo salva dall'autodistruzione, dal senso di colpa che non lascia tregua a Giuda.
Frutti preziosi della Quaresima e della Passione di Gesù in noi sono proprio la certezza dell'Amore del Padre, in Gesù: qualsiasi sia la colpa... se siamo veramente contriti, Dio Padre è lì a braccia aperte per consolarci e ridarci Fede, Speranza e Amore infinito!  

martedì 19 marzo 2013



V Settimana di Quaresima

Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore


Martedì 19 marzo - San Giuseppe, sposo della B.V. Maria - Solennità


Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 1,16.18-21.24a)

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore.


Spunto di meditazione e preghiera personale:

Ritorna il Vangelo di Matteo e ci presenta l’uomo del silenzio e dell’obbedienza: Giuseppe il padre putativo terreno di Gesù. Lo abbiamo chiamato l’uomo del silenzio non solo perché di lui si parla ben poco nei Vangeli, ma anche perché pur essendo una figura importante non lo si sente mai parlare; eppure egli è stato scelto da Dio stesso come guardiano della “Parola”, colui che in silenzio ed in secondo piano avrebbe vegliato sull'incolumità e sulla vita di Gesù e di Sua madre.
Ha accettato di sposare Maria, sua promessa, anche se incinta: un passaggio difficile, quello di accettare il mistero in questa donna e di questa donna, rimanendo per così dire "sulla soglia"...  Giuseppe è un uomo di fede, devoto al Signore, ma... come credere?
Già, eppure fa un sogno dove gli appare un Angelo a spiegargli tutto, a fargli presente quest'azione dello Spirito di Dio... un sogno...! E Giuseppe crede al Suo Signore ed in silenzio accetta, sposa Maria, incurante delle chiacchiere della gente, e cresce Gesù come fosse davvero Suo padre: sa che un giorno a Lui sarà destinato un altro destino, ma è felice così. Un grande esempio di paternità come assunzione di responsabilità, di dono totale ed incondizionato di sé.
Giuseppe si occupa dell'educazione del Bambino sia in Egitto, sia al ritorno in Israele, della Sua formazione religiosa (come ogni buon padre ebreo... immaginiamo un po'!), insegna a Gesù il suo lavoro - era un falegname - e lo ama con tutto se stesso. Gesù lo sa e lo comprende (pur manifestando già a 12 anni ci dice Luca, la coscienza della Sua filiazione divina), gli sarà al fianco assieme a Sua madre quando morirà (secondo una pia tradizione che ci piace ricordare qui), come fosse “suo figlio”.
La liturgia, proprio adesso che ci avviciniamo al termine della Quaresima - domenica celebreremo Le Palme - ci mette davanti l’inizio della redenzione (Avvento) e soprattutto chi ha creduto fin dal primo istante alla Parola incarnata: tra questi, accanto a Maria Santissima, proprio S. Giuseppe.
Assisteremo ad un tradimento, al rinnegamento, allo scarico di responsabilità (il lavarsi le mani di Pilato, che avrebbe potuto salvarlo), alla flagellazione, passione e morte in Croce, ma qui ricordiamo chi rimanendo sullo sfondo, senza chiedere nulla e nulla reclamare, gli ha voluto bene, lo ha protetto ed amato, tra i primi a credere (ma prima di lui c’è Maria) alle parole e all'Amore di Dio. Così Giuseppe affida la sua vita al Signore, come Lui affida a quest’umile grande uomo la vita di Suo Figlio.


lunedì 11 marzo 2013

  IV Settimana di Quaresima

 All’istante quell’uomo guarì


Martedì 12 marzo - San Luigi Orione, sacerdote (fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza)

Dal Vangelo secondo Giovanni  (Gv 5,1-16)

Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina”?». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.


Spunto di meditazione e di preghiera personale:

Giovanni ci racconta un nuovo episodio di guarigione: Gesù guarisce un altro paralitico, lo fa ancora di sabato, scatenando, come sempre, le ire dei farisei per l'apparente vilipendio alla legge del rispetto del giorno di riposo.
Ci troviamo a Gerusalemme, vicini ad una delle porte di entrata della città, ai bordi della piscina di Siloe, considerata un luogo miracoloso, di cura. E’ questo un luogo dove soprattutto persone paralitiche, noi oggi diremmo portatori di handicap motorio, sostano e si immergono nella speranza di guarire.
L’uomo è malato da trentotto anni e non riesce a muoversi dalla sua barella se non sostenuto e accompagnato. Gesù gli chiede se vuole guarire, una domanda apparentemente superflua e quasi impertinente... Possibile che uno ridotto così voglia altro che guarire?!?
In realtà, questa è l'unica condizione che Gesù pone: il desiderio autentico di guarire, cioé di lasciare una situazione di morte (non a caso, la paralisi nel N. T. è usata a volte come immagine della condizione di peccato). Scopriamo, sorprendentemente, che si tratta di rompere una complicità oscura con quanto ci fa star male, con la nostra infermità... Non siamo la nostra malattia! Siamo altro! e dobbiamo imparare a desiderarlo.
Gesù rivela al paralitico, il quale deplora la sua infelice situazione e si compiange invece di verbalizzare il suo desiderio di guarigione, di "essere sano" (come ci assomiglia!), che non c’è affatto bisogno di aiutarlo ad immergersi, perché è Lui la vera acqua di guarigione. Accade come per il battesimo in acqua di Giovanni, tanto è vero che il Battista stesso aveva detto Verrà uno dopo di me che vi battezzerà in Spirito... ecco la forza dello Spirito che si manifesta in Gesù. E come nel battesimo rinasciamo a nuova vita, il Messia dei Vangeli lo guarisce e lo fa rinascere.
Anche noi spesso  nella nostra vita siamo paralizzati, una paralisi di scelte e di vita spirituale, una paralisi cui invece fa riscontro la possibilità di scelta, di conversione, di rinascita nell'Amore di Cristo... perciò accogliamo anche noi la Sua esortazione: alziamoci e camminiamo verso la nostra nuova vita, verso il bene, la fede, la misericordia, l’amore che ci riconcilia con noi stessi, i nostri fratelli, il Padre Celeste.

martedì 5 marzo 2013


 III Settimana del Tempo di Quaresima


Se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello, il Padre non vi perdonerà 



Martedì 5 marzo - Sant’Adriano e San Teofilo, (Cesarea in Palestina)

Dal Vangelo secondo Mattteo  (Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Spunto di meditazione e di preghiera personale:

Gesù sta insegnando, sta preparando gli apostoli alla futura evangelizzazione, e questi (come possiamo vedere dalla domanda di Pietro) non sembrano aver accolto appieno il senso del messaggio di Gesù,  di amore e misericordia.
Gesù rispondendo a colui che sappiamo ha designato come prima guida del Suo gregge dopo di Lui, parla del perdono, che deve essere l’atteggiamento caratterizzante degli uomini e dei suoi discepoli, in particolare.
Il Messia ribadisce che non sette volte, ma settanta volte sette bisogna perdonare chi commette colpe. L’altro, o meglio il perdono a lui concesso, deve diventare la condizione prima e irrinunciabile di ogni relazione umana.
Gesù come sempre utilizza una parabola per farsi capire dai Suoi, ed in estrema sintesi dice a Pietro (e a noi): Dio si aspetta che impariate a perdonare secondo la sovrabbondanza della Sua misericordia, quella che riversa su di voi a piene mani. Come del resto pregate (preghiamo!) praticamente tutti i giorni, nel 'Padre Nostro'.
Ecco il significato della grande sproporzione tra i due debiti - quello che abbiamo verso Dio è incommensurabilmente più grande - e l'ingiustificabile (agli occhi di Dio) reclamo della soddisfazione del proprio debito, la rivendicazione della propria 'giustizia', da parte del servitore appena perdonato nei confronti del suo compagno, invece di usare verso di lui la stessa misericordia appena implorata e ottenuta.
L'unica strada è quella di pazienza, benevolenza, amore verso il nostro prossimo, senza smettere mai (settanta volte sette), anche se l’errore viene reiterato, perché l’uomo è debole e nonostante la buona volontà può capitare che ricada sempre negli stessi errori.
Dio, nostro Padre, è sempre pronto alla misericordia, il suo Amore per noi è infinitamente grande, capace di perdonare anche la reiterazione continua degli stessi errori; ma ci chiede di usare lo stesso metro con i nostri fratelli, di essere capaci di usare misericordia e perdono come Lui fa con noi: questa è l’unica condizione che ci pone.
Così, saremo noi a porre l’eventuale limite alla Sua misericordia: saremo perdonati nella misura in cui saremo capaci noi di essere misericordiosi con il nostro prossimo: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”!


 

martedì 26 febbraio 2013



II Settimana del Tempo di Quaresima


Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo 


Martedì 26 febbraio - Sant’Alessandro, Vescovo Patriarca di Alessandria (313 - 328)
 

 Dal Vangelo secondo Matteo  ( Mt 23,1-12)

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».


Spunto di meditazione e di preghiera personale:
 
Ancora molto vicino ai giorni nostri il Vangelo di oggi. Perché tocca un "punto caldo" di sempre: il senso dell'autorità spirituale, che può diventare potere.
Gesù affronta il problema di una categoria speciale di "potenti" dei suoi tempi, coloro   che detenevano appunto il potere spirituale, attraverso il controllo dell'interpretazione della Legge consegnata da Dio a Mosè.
Gesù non li critica in modo distruttivo, anzi dice a tutti: "rispettateli perché essi sono i custodi della Legge mosaica e rispettate ciò che dicono"; ma aggiunge: "non seguite però il loro esempio, perché essi dicono ma non fanno". Queste persone, con tutta la loro sapienza e supponenza, ostentano opere, azioni, si dichiarano maestri degli altri, si sono seduti sui gradini più alti dell'insegnamento e del mantenimento delle tradizioni, ma il loro comportamento in realtà non corrisponde alle cose che dicono e che dovrebbero rispettare per primi.
In loro, dice il Figlio di Dio - unico vero “Maestro”-, non c’è semplicemente una contraddizione tra il dire e il fare dovuta all'umana fragilità, c'è una malattia molto più profonda. Nei loro cuori non c'è traccia di Dio, del rispetto e dell'adesione alla Sua Parola, ma solo la volontà di mettersi in mostra, di cercare di emergere. C'è l'ego, ancora una volta...
Gesù lascia un’altro messaggio ai Suoi discepoli: li esorta a non farsi chiamare maestri, perché di maestro ce n'è uno solo; a non auto-glorificarsi mai, ma restare umili e ricordarsi che ognuno di loro dovrebbe rimanere sempre presente a se stesso ed al Signore, nel servizio e disponibilità ai fratelli.
Lui stesso era venuto al mondo per servire e non per essere servito: questa sarà anche la risposta che Gesù darà a Pilato quando gli chiederà se lui è davvero Re, sarà pronto a non operare “miracoli” per salvarsi ma a lasciare che gli uomini lo mettano in Croce, si donerà completamente ai Suoi fratelli per la loro salvezza.
L'unica autorevolezza è quella dell'Amore, e il pensiero non può non andare, leggendo queste righe del Vangelo, allo stesso Amore che in questi giorni ci insegna Benedetto XVI, sull'esempio di Gesù... lui l’uomo capo della Chiesa di Dio sulla Terra, l’uomo che siede sulla cattedra di Pietro, l’uomo che veste di bianco e che riassume in sé tutta l'autorità soprannaturale della Chiesa,  sceglie di rimettere tutto questo nelle mani di Dio e di rientrare nel silenzio della preghiera e del servizio più umile e 'oscuro' ai suoi fratelli. Un atto di umiltà e di Amore, il dono della rinuncia in vista di un bene più grande che lui misteriosamente intravede, il ritorno ad essere servo e non maestro, coerentemente con quanto annunciato fin dall'inizio del Suo pontificato... Ecco davvero un uomo che compie l'insegnamento evangelico, un umile lavoratore nella vigna del Signore!

martedì 19 febbraio 2013


  

I Settimana di Quaresima

 

 Voi dunque pregate così...

 


Martedì 19 febbraio – San Mansueto, Vescovo
Dal vangelo secondo Matteo (Mt 6, 7-15)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».


Spunto di meditazione e di preghiera personale:

Gesù ci dona, in questo Vangelo di Matteo, la “Preghiera” al Padre: Dio non è più invocato come Signore e come l’Onnipotente creatore, che rischia comunque - anche se la tradizione di Israele ha sempre annunciato un Dio molto presente nella storia; così presente, per esempio, da stendere il Suo braccio per combattere accanto al Suo popolo - di apparire un Dio lontano da noi, irraggiungibile nei Suoi cieli, a cui al massimo si può arrivare in modo mediato tramite il sacrificio di animali o addirittura di uomini (questo è l'uso dei Cananei, riprovato dal Dio di Israele, non senza però aver obbligato prima Abramo ed Isacco a confrontarsi con questa tragica visione dell'atto di culto). Dio in realtà non ci mette alla prova - conosce benissimo 'di che pasta' siamo fatti, cosa c'è dentro di noi ... siamo noi che non lo sappiamo! - ma piuttosto entra in un dialogo profondo e anche difficile con noi, affinché scopriamo che ci ama tutti perché tutti siamo Suoi figli.
Quel gap, quella distanza che ancora in qualche modo separava Dio e l'uomo nella rivelazione veterotestamentaria  (in cui YHWH è per definizione "santo", kadosh, "separato" dal nostro mondo, dalle creature... è "totalmente Altro") viene annullata, superata, per l'iniziativa di Dio stesso: “sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra”, le cose accadono in maniera speculare sia in cielo, sia in terra.
Scopriamo quindi che Dio non sta milioni di anni luce da noi in un punto non ben identificato dell’universo, ma che è estremamente vicino, "uno di noi e con noi", come ci ha ricordato il Natale. Egli, facendosi presente su quest'atomo insignificante che è la Terra, ha assunto in sé tutta la creazione e nella Sua pasqua ne ha avviato la definitiva trasfigurazione.
Dio si rivela come puro Amore fuori e dentro di noi, infinitamente 'piccolo', al punto tale da assumere, come dice S. Paolo, nel Suo Verbo la "forma di Servo", da diventare vulnerabile e fragile per essere accolto nei nostri cuori; ma anche infinitamente grande, di quella grandezza che è la pienezza della Vita che non finisce.
Gesù inoltre qui ci insegna a rivolgerci a Lui come 'Padre': quindi ci inserisce, attraverso il Suo sacrificio  sulla croce, come un fratello maggiore generoso e sapiente, in un rapporto straordinario che non è (più) esclusivo! Dio non è solo il Padre di Gesù, ma è il Padre di tutti noi. E nell'invocarlo come Padre scopriamo tutta l’intensità dell’amore e della fede... Dio ci conosce tutti, siamo tutti suoi figli e nelle parole di Gesù, nostro fratello, scopriamo che è il Padre di tutti, il Padre Nostro!
E nel chiedere perdono, con la prieghiera che Gesù stesso ci ha insegnato e lasciato in eredità, abbandoniamoci alla Sua infinita misericordia paterna che ci accompagnerà in ogni istante della nostra vita terrena ed ultraterrena, come veri Figli del Padre.


lunedì 11 febbraio 2013





V Settimana del Tempo Ordinario

 Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini

 

Martedì 12 febbraio - S. Saturnino, sacerdote e Ss. martiri di Abitene (Cartagine, Tunisia)

Dal vangelo secondo Marco (Mc 7,1-13)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
"Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini".
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: "Onora tuo padre e tua madre", e: "Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte". Voi invece dite: "Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio", non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Spunto di meditazione e di preghiera personale:

Marco torna nel Vangelo di oggi alla diatriba ormai costante tra la casta, la tradizione (scribi e farisei, VT) e la concretezza del Nuovo (NT). Gesù infatti ci dice che la fede non è fatta dal rispetto di atti formali, cui non fa seguito una coerenza di vita e di sentimenti, ma dalla manifestazione costante di adesione all’amore di Cristo e del prossimo. Una fede espressa da ogni manifestazione quotidiana nell’uomo, una scelta totale del nostro cuore, della nostra mente, del nostro Spirito. Una fede che si manifesta nelle opere e nella preghiera, nel rispetto della legge di Dio e nel rispetto di noi stessi e del nostro prossimo. Gesù ci chiede coerenza nei nostri comportamenti, nelle nostre azioni e nei nostri sentimenti. In fin dei conti il Vangelo di oggi ci porta il pensiero anche al gesto di rinuncia del nostro amato Pontefice: un gesto di umiltà, ma anche di grande coerenza, dovendo rappresentare Dio sulla terra, Egli sente le forze che vengono a mancare: “Lo spirito è forte, ma la carne (il corpo, in questo caso) è debole” e solo un uomo forte può nel pieno delle sue capacità mentali e fisiche avere il coraggio, non di rinunciare ma di farsi da parte. Potremmo ricordare a questo proposito la figura del Vangelo che abbiamo lasciato, o almeno così pensavamo, per sempre, il Battista, Giovanni dopo aver predicato e battezzato sa che il suo tempo è finito “Verrà uno dopo di me...” e così Sua Santità Benedetto ci dice lascio il posto a chi dopo di me sarà in grado di portare avanti con il vigore necessario, abbiamo visto la stanchezza degli apostoli dopo le prime predicazioni, La Parola di Dio. E questa è una scelta concreta il Papa affida la sua vita a Dio e non al giudizio degli uomini, uno straordinario atto di fede, l’uomo cui Dio ha affidato tutto dice: Signore il tuo umile servo è fiaccato nel corpo dopo tanti anni di lotta contro il male - ricordiamo la sua Presidenza alla Congregazione per la dottrina della Chiesa (la moderna Inquisizione), i suoi scritti di Magistero (anche a quattro mani con il Beato Giovanni Paolo II) - ma senza farmi ammaliare dall’umana voglia di continuare, mi rendo conto che Tu hai bisogno di forze nuove, il mio rapporto con Te riprende vigore da oggi, posso dedicare tutto il resto della mia vita a Te ed ad un gregge più piccolo. La vita di un uomo è fatta di amore per se e per gli altri ed è in quest’ottica di adesione all’amore e alla scelta di Cristo che noi rinnoviamo il nostro ringraziamento e la nostra preghiera quotidiana a lui.
Chiediamoci: saremmo stati capaci di un atto di così grande umiltà e amore? saremmo stati capaci di lasciare il nostro posto privilegiato per far posto ad altri? Gesù ha per ognuno di noi un disegno grande o piccolo che sia ed è nella adesione al Suo progetto che si esprime la nostra Fede.