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domenica 12 maggio 2013

ASCENSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO

Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo


Domenica 12 Maggio 2013


Dal Vangelo secondo Luca (Lc 24,46-53)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.


Spunto di meditazione e preghiera personale:

Siamo arrivati al momento del passaggio definitivo di Gesù da questo  mondo al Padre.

Cristo, il capo di quel corpo che è la Chiesa, anticipa quello che poi vivranno anche le altre membra. Fino a quel momento, Gesù era stato fisicamente presente in mezzo agli uomini, ed anche dopo la sua risurrezione si era incontrato con loro, ma, da quel giorno, Egli comincia a sedere alla destra del Padre, cioè nella profondità di Dio. Quando era nel mondo diceva: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30) e “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14, 11). Ciò che nel mondo si era realizzato nella persona del Figlio dell’Uomo, da quel momento trova il suo posto nell'eternità divina: Dio da Dio, Luce da Luce.
L’Ascensione costituisce perciò il termine della missione che il Figlio ha ricevuto dal Padre: in Lui il Padre ha rivelato l’immenso amore con cui ha amato il mondo. Si tratta di un termine che è al tempo stesso per noi un nuovo inizio, poiché la venuta di Cristo tra di noi nello Spirito Santo continua fino al presente e continuerà sino alla fine dei secoli, fino alla “Parusia”, giorno in cui Gesù tornerà “allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 11). Dio da Dio, Egli è adesso una cosa sola con il Padre anche come Redentore del mondo: è una cosa sola con il Padre in quanto Crocifisso e Risorto.

L’Ascensione è perciò il tempo favorevole che il Padre ha riservato alla sua scelta; il tempo e il momento in cui – mediante la potenza salvifica della Croce e della Risurrezione – tutto è maturato per giungere alla ormai imminente Pentecoste: “Ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8). Perciò gli Apostoli, fissando la nube che aveva sottratto il Maestro divino ai loro sguardi, sentono le parole: “Perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo” (At 1, 11).

Così Gesù raccomanda ai Suoi di rimanere uniti a Gerusalemme, dove tutto si era compiuto, dove i luoghi del Suo martirio ancora grondavano del sangue del sacrificio, affinché una volta disceso su di loro lo Spirito essi, rinforzati e rincuorati, potessero dare testimonianza di quanto avvenuto, non perdere la memoria degli accadimenti, rimanere uniti da buoni fratelli nel Suo nome, senza più incertezze, senza tristezza, senza rimpianti... Ora finalmente Gesù sa che i Suoi sono pronti, può lasciarli e ricongiungersi nei Cieli nello Spirito con il Padre, così che abbia inizio la trasfigurazione di questa Creazione in quella nuova!





domenica 10 febbraio 2013



 V Domenica del Tempo Ordinario

Dio riempi le reti della nostra vita

 

 Domenica 10 febbraio

 Dal vangelo secondo Luca (Lc 5, 1-11)

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Spunto di meditazione e di preghiera personale:

Il brano di Luca apre con Gesù che insegna alla folla e che per farsi vedere meglio ed allontanarsi dalla ressa si siede sulla barca di Simon Pietro, uno dei pescatori appena tornati a mani vuote (come verremo a sapere dalle parole dello stesso diretto interessato)  da una battuta di pesca notturna.
In realtà, non è affatto la prima volta che Pietro e Gesù si incontrano, secondo Luca: a Cafarnao, sul lago di Galilea, dove Simon Pietro viveva, Gesù c'era già stato, prima di mettersi a percorrere le sinagoghe della Giudea (a sud, dove c'è Gerusalemme); addirittura, aveva guarito miracolosamente la suocera di Simone dalla febbre che la prostrava.
Di ritorno da questo viaggio solitario in Giudea, Gesù si avvicina ancora a Simone, reduce da quella dura e infruttuosa nottata di lavoro, e chiede la sua collaborazione per predicare alla gente: è una cooperazione materiale, perché praticamente Gesù usa la barca come una specie di ambone per insegnare. Gesù parla alla folla e nel frattempo si è fatto giorno inoltrato: ad un certo punto, sorprendentemente, quando sarebbe meno indicato farlo, il Maestro invita i pescatori a riprendere il largo per tornare a pescare. Loro non ne sono consapevoli, ma Egli inaugura così un'altra fase della loro vita, chiedendo loro un primo atto di fiducia, di abbandono, andando oltre la stanchezza e la frustrazione: è un atto di fede importante, perché implica la decisione di smettere di fidarsi soltanto di se stessi, della propria conoscenza ("a quest'ora non si pesca!").
Pietro ha faticato tutta la notte, senza prendere neanche un pesce, ha un attimo di esitazione quando Gesù lo invita a ripartire per la pesca, ma è un attimo - Pietro tentennerà poi più volte, arrivando a rinnegare Gesù per ben tre volte durante la Passione, ma si rialzerà sempre aiutato dalla forza dello Spirito Santo - poi riprende il largo, "sulla parola di Gesù", dice... E... sorprendentemente, la sua pesca è talmente abbondante che le due barche (quella sua e del fratello Andrea, nonché quella dei due soci, Giovanni e Giacomo di Zebedeo) rischiano di affondare per il peso del pescato. Ecco il segno: una pesca miracolosa di pesci prelude ad un'altra pesca, molto più miracolosa, di uomini.
Infatti, possiamo intravedere in quest'episodio una sorta di parallelo con quanto riferito dal Vangelo di Marco in alcuni passaggi dei giorni scorsi: Gesù inviterà gli apostoli a partire due a due - anche qui ci sono due barche ed in ognuna due uomini - per predicare, per pescare gli uomini come i pesci dal fondo del lago: ma mentre con la pesca si cattura un pesce vivo che poi morirà, in questo caso è il contrario. Il “pescare uomini” - Gesù dirà infatti agli apostoli: “Vi farò pescatori di uomini”, usando una parola che indica il "prendere vivo" - significa salvarli dalle profondità del peccato, di quelle acque limacciose in cui vivono e portarli a nuova vita, alla luce della Parola. L’uomo è come se vivesse nell'acqua torbida di un lago limaccioso, è come un bimbo nel liquido amniotico, ma questo liquido è sporco, torbido, infetto, e l’uomo - bimbo ha bisogno di venire alla luce, di nascere o meglio rinascere in Dio Padre, per poter vivere veramente, per poter respirare il soffio vitale. E questo può avvenire solo con un atto di fede.
Pietro riconosce la sua esitazione, il suo dubbio, la sua mancanza di fiducia incondizionata (non aveva forse visto Gesù guarire all'istante sua suocera?), probabilmente riceve anche una luce per illuminare diversamente la sua storia fino a quel momento... infatti non si avvicina a Gesù per ringraziarlo, ma per chiedergli perdono perché ha dubitato di Lui, perché intuisce in Lui una grande santità da cui si sente lontano. Ma in questo riconosce anche la presenza misteriosa del Messia come Salvatore degli uomini, e riceve una parola di vocazione, che lo riscatta dall'incredulità e dall'umana stoltezza .
Gesù, come sempre, sorprende con la Sua misericordia e con il suo immenso Amore: “non temere, vi farò pescatori di uomini”. Nessun peccatore deve più temere e allontanarsi da Dio perché indegno: dagli esattori delle tasse alla pubblica peccatrice, dal paralitico al ladrone pentito, idealmente risuonerà per tutti lo stesso “non temere”, che ancora oggi troviamo sulle labbra del successore di Pietro (ecco l’invito del Beato Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”!)

sabato 2 febbraio 2013



 IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Domenica 3 Febbraio - Tempo Ordinario
 
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 4,21-30)

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Spunto di meditazione e preghiera personale:
Il Vangelo di Luca rappresenta la continuazione di quello di domenica scorsa: abbiamo lasciato Gesù nella sinagoga di Nazaret, città dove era cresciuto, mentre annunciava di fronte ai suoi concittadini, a chi lo conosceva davvero da una vita, che la profezia messianica di Is. 61 era compiuta in Lui. Lo ritroviamo oggi proprio al momento di questo annuncio straordinario, davvero inaudito per chi pensava di conoscerlo benissimo: "Il Messia promesso, atteso da secoli, è qui!". Ci troviamo di fronte ad una reazione che velocemente passa dalla sorpresa un po' interlocutoria e tutto sommato non negativa al rifiuto violento, da cui Gesù si salva sottraendosi all'accerchiamento. Perché questa rabbia?
La gente di Nazaret, come del resto praticamente tutti gli Ebrei di Palestina, forte di interpretazioni fatte sulla base di una certa lettura delle Scritture veterotestamentarie,  aspettava sì un Messia, ma si era fatta l’idea dell’arrivo di un condottiero, di un uomo di stirpe reale o perlomeno di tempra eccezionale, accreditato da segni e prodigi, dall'evidente favore di Dio, di un uomo forte che avrebbe guidato Israele contro l’usurpatore dell'onore che spetta a Dio solo, il Cesare di  Roma, e contro i soprusi impositivi delle tasse imperiali.
Le figure-chiave del V.T., come ad esempio Giuda Maccabeo o Davide e soprattutto Mosè, sono l’incarnazione di questo desiderio non di redenzione ma di riscatto politico. Mosè è in realtà il condottiero che riscatta il popolo d’Israele, si oppone al Faraone ed al suo esercito con portenti straordinari e vince prodigiosamente una vera e propria guerra, nel momento dell’apertura e chiusura delle acque del Mar Rosso.
Gesù invece, oscuro (e per di più chiacchierato: "Medico, cura te stesso!", sottinteso: "perché così non sei credibile") figlio di un falegname di provincia, aveva  rivolto la Sua attenzione ai più disperati, ai poveri, ai disabili, agli emarginati. I suoi miracoli stupiscono, le sue parole di amore colpiscono le persone più semplici, ma suscitano anche timore e invidia nei capi. Non soltanto i farisei stentano ad aprirsi alla Buona Novella, all'annuncio di un Regno così diverso da quello che i più si aspettavano (ma che in realtà p. es. Isaia, come visto, aveva fatto risuonare a chiare lettere); ma anche i Nazaretani chiedono maggiori garanzie al loro concittadino, esigono che si accrediti in modo inequivocabile: "Troppo comodo alzarti di sabato in sinagoga e dire che sei tu il Messia! Ma chi credi di essere? fatti, non chiacchiere, qui, tra chi ti conosce bene!"
In fin dei conti, è quanto succede anche nei rapporti ravvicinati, siano affettivi o di amicizia: quando si antepongono motivi di interesse o quando l’altro non risponde più alla logica dei nostri desideri, dei nostri bisogni, delle nostre aspettative, cioè non appare essere chi volevamo, speravamo, credevamo che fosse ... scattano la delusione e la rabbia. Soprattutto se veniamo messi di fronte alla fiducia che altri, meno titolati, hanno avuto (qui, due pagani, due "impuri" secondo Israele).
In fondo, chi è Gesù di Nazaret? Non è forse soltanto una figura oscura di natali incerti? Come può proclamarsi Figlio di Dio? Non c'è nulla che lo accrediti come un novello Mosè! Nemo profeta in patria, Gesù non sfugge alla dura regola.
Ma non per tutti sarà così; e se da una parte i "duri di cervice", i superbi, si chiudono, e coloro che ritengono di sapere già tutto di Lui lo rifiutano con violenza; dall'altra coloro che sono capaci di “aprire le porte (del cuore) a Cristo” sono sempre di più.
Anche qui Gesù ci stupisce e ci dice di non aver paura: Lui stesso, chiuso tra due ali di folla e spinto fuori dalla città non fugge, ma “passa in mezzo a loro”, oppone alla violenza degli uomini la forza della sua libertà, che niente e nessuno può limitare. Se Dio è con noi, nulla può davvero condizionarci, niente può farci paura. 


domenica 27 gennaio 2013



III  Domenica del Tempo Ordinario

 


Dio è sempre dalla parte dell'uomo

 



Domenica 27 gennaio – III Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo secondo Luca (Lc 1,1-4; 4-14-21)
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».


Spunto di meditazione e di preghiera personale:
 
La III domenica del Tempo Ordinario ci mette di fronte all'inizio del Vangelo di Luca: l'evangelista - rivolgendosi all'illustre Teofilo, espressione dietro la quale forse si cela semplicemente il credente, ogni cristiano - esprime la sua intenzione di "dare solidità" alla fede del lettore, mettendolo a contatto con la vita di Gesù e il suo insegnamento "di prima mano".
Dopodiché, con un salto di alcuni capitoli, apre una finestra sulla venuta di Gesù nella sua patria, dopo un primo periodo di evangelizzazione. Abbiamo già incontrato Gesù nell'atto di predicare, in questi ultimi giorni, ma la prospettiva era quella di Marco, che in modo diverso mostra l'azione messianica di Gesù: tra i poveri, i malati, i derelitti e coloro che sono tormentati dal maligno, sotto il "fuoco di fila" delle domande che gli rivolgevano i critici.
In questo caso invece Gesù entra in Sinagoga di sabato e si alza per leggere. Tutti sono inizialmente attenti, apparentemente pronti ad ascoltarlo, ad imparare dai suoi insegnamenti, tutti gli occhi sono su di Lui. Gesù, partendo dal profeta Isaia e precisamente da un brano messianico, dimostra come “vecchio” e “nuovo” in realtà sono l’uno la continuità dell’altro, non vi è contraddizione. Nel passo di Isaia che proclama i segni del Messia c’è tutta la bellezza dell’annuncio rivelatore della salvezza per tutti, ma soprattutto del riscatto di coloro che sono  i veri emarginati, i peccatori.
Gesù annuncia compiuto nella Sua persona, con le parole del profeta Isaia, la profezia della Sacra Scrittura, perché in Lui si fa carne il messaggio di amore per i poveri, la liberazione per gli oppressi, la guarigione per i malati, la salvezza nell'abbandonarsi all'amore del Padre. Questo è il messaggio rivoluzionario di Gesù, che chiarisce subito a tutti che il Messia non porterà al popolo di Israele un Dio guerriero e vendicatore dei torti subiti dai credenti, ma si farà intercessore per una “liberazione” totale dell’uomo dall'inganno delle cose mondane, contrapponendo all'ingiustizia la giustizia, all'incoerenza la solidità della Sua fedeltà, alla violenza il perdono e la misericordia, alla prevaricazione l’amore che riconcilia e risana, in questa esplosione di gioia e pienezza nel glorificare il nome di Dio, il Suo Figlio e lo Spirito Santo.

 

 




sabato 19 gennaio 2013


II  Domenica del Tempo Ordinario

 

   

L'inizio dei segni compiuti da Gesù

 Domenica 20 gennaio   -   Tempo ordinario

 

 

Dal vangelo secondo Giovanni  (Gv 2,1 - 11)

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: ”Non hanno vino”. E Gesù le rispose: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”.
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventilitri. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le anfore”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”. Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e , quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora”.
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. 

Spunto di meditazione e di preghiera personale: 
Giovanni ci presenta il primo 'segno', vale a dire - secondo la visione di questo Evangelista - la prima manifestazione miracolosa di Gesù finalizzata a svelare il Suo mistero e a consegnare una rivelazione particolare della salvezza da Lui inaugurata, che avviene ad un banchetto di nozze, a Cana di Galilea.
Gesù - come capita di solito - è accompagnato dai suoi discepoli, ma qui c’è anche Sua madre (che anzi, dal testo, sembrerebbe la prima invitata), il che ci fa supporre che le nozze erano di una coppia ben conosciuta da Maria e da Gesù, amici di famiglia o forse parenti.
Gesù inizialmente sembra non voler venire in primo piano e anzi quando Maria, Sua madre, lo sollecita indirettamente ad intervenire perché il vino era finito (ed ad un banchetto di nozze non può mancare per fare festa agli sposi!), Gesù risponde in modo quasi scostante – cosa vuoi da me?  è la traduzione di una forma semitica che indica distanza, distacco - usando addirittura il termine "donna", che non è appropriato per una madre (pensiamo anche all'epoca e al contesto!). Poi fa un misterioso riferimento alla Sua "ora"...
E’ strano sentire Gesù che apostrofa così Sua madre, ma è altrettanto strano quello che fa Maria: non solo apparentemente non lo ascolta, ma chiama a sé i servitori e gli dice di mettersi agli ordini di Gesù, che - sorprendentemente, a questo punto, come se prima non ci fosse stato quel dialogo - compie il Suo primo segno. L'acqua, tanta acqua, quella usata per le abluzioni rituali, diventa vino di ottima qualità.
Che vuol dire tutto questo? Può essere mai che Gesù sia "seccato" per una richiesta di Sua madre? E che lei per tutta risposta lo obblighi a far qualcosa che Egli non vuole fare?
Niente di tutto questo! Gesù sa che dare inizio ai "segni miracolosi” significa per Lui aprire la fase finale della Sua esperienza sulla terra, significa dare avvio a quell'accelerazione che lo porterà all'Ora -  l'ora è quella della croce, in Giovanni, quella della glorificazione dolorosa e misteriosa del Figlio dell'Uomo: e anche lì ci sarà Maria, la "donna" della nuova creazione - e quindi  avviare un processo non reversibile, che cambia anche il rapporto tra Lui e Maria. Chissà... forse, come nel momento della preghiera che farà al Padre nell'orto del Getsemani (di allontanare da Lui il calice sacrificale),  Gesù ha anche un attimo di umana titubanza, o meglio chiede a Maria di "dare il la" a questa nuova fase, di dire un secondo "fiat", dopo quello a Gabriele, che leghi entrambi in un nuovo indissolubile destino.
Questa seconda fase della Sua vita, bellissima nella testimonianza e nel messaggio di amore per tutti gli uomini, viene, non a caso, mediata da Sua madre - colei attraverso la quale il Verbo si è incarnato e si è fatto uomo, colei che col suo "si compia" ha stravolto la storia del mondo ... colei che è anche immagine della Chiesa – la quale funge da catalizzatore iniziale di questa esplosione di grazia, e con amore e semplicità gli dà la forza, lo slancio per arrivare ad adempiere alle Scritture.
Gesù compie quindi un gesto semplice ma che racchiude tutta la Sua storia ed il senso del Suo prossimo sacrificio: l’acqua delle anfore - che nella tradizione ebraica serve per la purificazione rituale, ed indica quella Legge Mosaica che rivela sì la verità ma non può cancellare il peccato, anzi - viene trasformata in vino, che è il segno per eccellenza della Pasqua, è il simbolo sacrificale e gioioso della Terra Promessa, dove ogni lacrima sarà finalmente asciugata  ... quel vino innalzato nella coppa della benedizione pasquale sarà dato da bere ai suoi discepoli come Suo sangue, offerto in sacrificio per tutti noi.
Ecco quindi come il segno della festa di nozze, il vino, viene trasfigurato in una catarsi purificatrice, diventando  il simbolo del sacrificio redentore di Gesù stesso, che darà la Sua vita sulla croce per salvare tutti noi. Questo segno ci rimane da allora nel sacro banchetto domenicale: facciamo festa con Gesù a questa mensa e ringraziamolo con la preghiera e l’esempio quotidiano, sempre pronti a dare testimonianza del Suo immenso amore.


 





sabato 12 gennaio 2013

IL BATTESIMO IN SPIRITO


IL BATTESIMO IN SPIRITO



Domenica 13 gennaio – Battesimo del Signore
Dal vangelo secondo Luca (3,15-16.21-22)

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento». 


Spunto di meditazione e di preghiera personale:
Ecco arrivato il momento del nostro congedo, almeno per ora. 
Ci siamo lasciati guidare dalla Parola evangelica durante tutti questi giorni, passando velocemente dall’Avvento al Tempo di Natale, che si chiude proprio con la festa di oggi: l’augurio è che questo ‘santo esercizio’ possa continuare, anche senza un nostro commento, con la meditazione personale del Vangelo quotidiano.

Ci garantisce che questa è un’azione fruttuosa - se le saremo fedeli - proprio la partecipazione alla vita di Colui che “battezza in Spirito Santo e fuoco”, Cristo Gesù.

Lo Spirito si posa su di lui come sulla terra purificata dopo il diluvio (la scena, che indubbiamente richiama anche altre suggestioni dell’A. T., rappresenta un’eco di Gn 8, 8-12). L’umanità di Gesù è quella “terraferma” benedetta, quel suolo sicuro su cui finalmente può ricominciare la vita, proprio come dopo il Diluvio, per l’azione dello Spirito Santo.
Qui Lui viene proclamato Figlio, quindi non è solo, c’è un Padre dietro a tutto… e questo Padre ha messo Lui nella storia come compimento della Creazione. Come Dio si era rallegrato il settimo giorno, nella Genesi, contemplando compiuta l’opera della Sua parola, ecco che qui la Parola eterna, il Verbo “che si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi”, diventa il segno certo che una nuova Creazione è iniziata. E noi possiamo farne parte.

Concludiamo con le parole di S. Gregorio Nazianzeno, un auspicio bellissimo per il nostro cammino futuro: “Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo come è giusto questa festa. Purificatevi totalmente e progredite in questa purezza. Dio di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell'uomo. Per l'uomo, infatti, sono state pronunziate tutte le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della rivelazione. Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti ‘soli’, cioè forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a quella Luce immensa. Sarete inondati del suo splendore soprannaturale. Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen” (Gregorio Nazianzeno, Disc. 39 per il Battesimo del Signore). 



sabato 5 gennaio 2013


EPIFANIA DEL SIGNORE 2013



Domenica 6 gennaio – Epifania del Signore

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 2,1-12)
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta [...] Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Spunto di meditazione e di preghiera personale: Questo episodio è conosciutissimo: praticamente da sempre nei Magi la Chiesa ha riconosciuto i popoli pagani, o meglio alcuni rappresentanti qualificati di quel mondo, i saggi portatori della grande sapienza umana d’Oriente (contro cui la Bibbia in realtà altrove aveva usato parole pesanti: cf. p. es. Is 2, 6 e 47, 11-15) che si fanno attenti a quanto avviene nella piccola Giudea. Sono persone vigili, dal cuore libero, che sanno scrutare in una luce celeste (inizialmente un fenomeno cosmico che diventa poi, durante il cammino, luce interiore) il segno della presenza di un Re-Messia in Israele, di un Dominatore che evidentemente attendono con speranza e al quale vorrebbero donare il meglio di sé (ed ecco il simbolismo dei tre doni).

Ci lasciamo guidare da un interprete d’eccezione nella contemplazione di questa celeberrima scena, che – capovolgendo ogni schema - mette al centro non la volta celeste, ma quel piccolo granello di sabbia che è la Terra.

«La fede nell’unico Dio, testimoniata dalla Bibbia, ha operato ben presto una demitizzazione, quando il racconto della creazione, con magnifica sobrietà, chiama il sole e la luna - le grandi divinità del mondo pagano - ‘lampade’ che Dio, insieme con tutta la schiera delle stelle, appende alla volta celeste (cfr. Gen 1,16s). Entrando nel mondo pagano, la fede cristiana doveva nuovamente affrontare la questione delle divinità astrali […] Non è la stella a determinare il destino del Bambino, ma il Bambino guida la stella. Volendo, si può parlare di una specie di svolta antropologica: l’uomo assunto da Dio - come qui si mostra nel Figlio Unigenito - è più grande di tutte le potenze del mondo materiale e vale più dell’universo intero». (Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù, Cap. 4: I Magi d’Oriente e la fuga in Egitto, pp. 118-119)

La loro esperienza, come attesta il Santo Padre Benedetto XVI, da cui oggi ci lasciamo guidare ancora nella nostra riflessione, è una ‘buona notizia’ per tutti coloro che non hanno perso il gusto della ricerca. «Che genere di persone erano, e che specie di stella era quella? Essi erano probabilmente dei sapienti che scrutavano il cielo, ma non per cercare di ‘leggere’ negli astri il futuro, eventualmente per ricavarne un guadagno; erano piuttosto uomini ‘in ricerca’ di qualcosa di più, in ricerca della vera luce, che sia in grado di indicare la strada da percorrere nella vita. Erano persone certe che nella creazione esiste quella che potremmo definire la ‘firma’ di Dio, una firma che l’uomo può e deve tentare di scoprire e decifrare. Forse il modo per conoscere meglio questi Magi e cogliere il loro desiderio di lasciarsi guidare dai segni di Dio è soffermarci a considerare ciò che essi trovano, nel loro cammino, nella grande città di Gerusalemme» (Benedetto XVI, Omelia di giovedì, 6 gennaio 2011).

Cosa trovano a Gerusalemme? Le profezie di Israele: senza questa Parola donata al popolo di Dio non si incontra la Parola-fatta-carne!







domenica 30 dicembre 2012


OTTAVA DI NATALE  -  DOMENICA


Domenica 30 dicembre – Domenica fra l’Ottava di Natale – Festa dalla S. Famiglia
Dal vangelo secondo Luca (Lc 2,41-52)

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.


Spunto di meditazione e di preghiera personale:  

Il Vangelo scelto per la festa della S. Famiglia ci mette di fronte una situazione non proprio idilliaca… come spesso sono quelle che vivono le famiglie reali, le nostre. Viene fotografato un momento di crisi, di difficoltà seria e di angoscia. Ma questo momento, ecco la sorpresa, diventa un ‘luogo’ di rivelazione.
Il contesto è quello di un pellegrinaggio familiare a Gerusalemme per la festa di Pasqua: quando ha 12 anni Gesù si trova a salire con loro, ma al momento del ritorno decide di restare in città, senza dire nulla a Giuseppe e Maria, che lo perdono di vista per un giorno intero (non è poco, per un figlio unico… e che figlio! ma non dovrebbe essere, la sua cura, l’unica preoccupazione di questi due santi super-affidabili, sulla carta?).
E’ vero, hanno la scusante di crederlo aggregato a qualche nucleo familiare del clan: questi viaggi impegnativi di svariati giorni, settimane addirittura, erano spesso affrontati in carovana dal clan, per superare più agevolmente le difficoltà e difendersi meglio, ed era normale vivere tutto come una famiglia allargata. 
Ma ciò non toglie che il rendersi conto della sua assenza, quando cade la sera e le parentele strette si ricompongono, rappresenti per Maria e Giuseppe, oltre che un momento particolarmente doloroso (lo dirà Maria, due giorni dopo usando una sola parola, “angosciati”: in realtà il termine esprime piuttosto l’idea, diremmo noi, che “abbiamo patito pene d’inferno”, siamo stati “torturati dal dolore”…), anche una fonte di pesanti interrogativi, che in situazioni del genere insorgono spontanei alla mente di ogni comune genitore. Da lì la ricerca affannosa, conclusasi nel Tempio dopo tre giorni (nella tradizione Patristica, prefigurazione dei tre giorni di Gesù nel sepolcro prima della risurrezione: una specie di preparazione a quella separazione ancor più drammatica).
Senza entrare nel complesso significato teologico di questo fatto - il dialogare di quel ragazzo insolitamente preparato e profondo con i sapienti del Popolo Eletto nel luogo più santo di Israele, il Tempio, presumibilmente sulla Torah, sulle profezie messianiche, sul senso di quel momento storico particolare degli Ebrei e dell’Ebraismo, in un “botta e risposta” che stupiva i presenti – Gesù dimostra una cosa importante: di avere già coscienza del suo essere Figlio e di essere venuto al mondo con un compito che supera di gran lunga la relazione con Giuseppe, che si era umanamente preoccupato per la sua assenza improvvisa. 
Lui ha un altro Padre (non c’è polemica o provocazione nelle sue parole, né alcune contestazione, suonano come una constatazione ovvia) ed è fermamente intenzionato a fare la Sua volontà, a costo di addolorare i suoi cari. 
Dovrebbero saperlo, queste due sante persone…
L’episodio però ci dice anche che Giuseppe e Maria hanno ‘lavorato bene’, con questo ragazzo: Gesù, affacciandosi alle soglie della vita adulta, è già in grado di riconoscere la sua missione e di relazionarsi con il Padre “dal quale ogni paternità in cielo e sulla terra prende nome” (Ef 3,15). I legami umani - pur importanti - non soffocano la sua identità più profonda, Gesù non è un’appendice di Giuseppe o di Maria. Non capiscono quel mistero che è stato loro affidato, ma lo servono fedelmente, da buoni amministratori di un dono di Dio che li supera: ecco un grande esempio, per tutti i genitori.