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mercoledì 1 maggio 2013


Mercoledì della V Settimana di Pasqua


Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria




Mercoledì 1 maggio - San Giuseppe Lavoratore


Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,54-58)


In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. 
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.


Spunto di meditazione e preghiera personale:


Gesù compie opere prodigiose, predica la Parola, ha poteri sugli spiriti demoniaci... in più ha una conoscenza e padronanza delle Sacre Scritture, della Legge (VT), che neanche il più formato ed alto in grado dei rabbini è capace di dimostrare.
Ma questo è solo un aspetto della Sua vita: ce n'è uno più riservato, noto alla sua cerchia ristretta, che non è facile da gestire - noi diremmo - a livello d'immagine. Gesù viene conosciuto comunemente, dalle sue parti, come "il figlio del falegname", un umile lavoratore, che ha sposato una donna (molto giovane, possiamo presumere) che si  era ritrovata incinta prima delle nozze... e poi sono spariti, ad un certo punto, e ricomparsi dopo vari anni... due conti a Nazareth se li sono fatti tutti, e questo bastava ad alimentare voci, come in ogni piccolo paese.  Una famiglia, un clan (qui ne sono citati alcuni membri, secondo l'uso dell'epoca, probabilmente i cugini più stretti) semplice, gente umile e pure un po' chiacchierata per le vicende 'strane' del concepimento e dei primi anni di vita di Gesù... una famiglia che viene da Nazareth, dalla Galilea tanto disprezzata dai Giudei per le sue 'mescolanze' con i pagani...
E’ questo che soprattutto i farisei e gli scribi non riescono proprio a mandare giù, che un uomo semplice, un galileo non di classe elevata, un uomo che non ha studiato nelle scuole rabbiniche, possa saperne più di loro e che predichi con successo la via di Dio in un modo contrastante, a loro avviso, con la Legge Mosaica.
Ma pure per chi lo ha visto crescere da bambino, per i suoi concittadini, questa (superficiale!) conoscenza della vicenda personale di Gesù costituisce un ostacolo. In realtà nulla di più falso di queste chiacchiere e di questi apprezzamenti gratuiti: Giuseppe non è il padre 'carnale' di Gesù, ma è colui che si occupa di Lui, il Suo padre putativo, colui che il Padre Celeste ha scelto per proteggere il Figlio. In più, Giuseppe è davvero un discendente della stirpe di Davide, è di stirpe reale, anche se evidentemente lui non se ne fa un vanto e non lo comunica a nessuno. Straordinaria figura quella di Giuseppe, un uomo che ha creduto a Dio, che ha accettato di stare in disparte sapendo di non essere il padre di Gesù, accettando ogni tipo di ironia e di commento in una società, come quella ebraica del tempo, che aveva regole ferree e rigide  e dove l'additamento, l'essere messo in discussione, diventava facilmente esclusione dal contesto sociale.
Oggi giustamente lo festeggiamo, festeggiamo con lui la sua umiltà, la sua abnegazione, la sua fedeltà, la sua capacità di lavorare e di mantenere la sua famiglia, felice di stare alle soglie del mistero di Dio, in una solitudine di fronte in cui solo Maria poteva farsi presente e unita a lui, in una  fede grandissima: gli altri, che possono capire?
In questo contesto cresce Gesù. E la Sua storia lo segna. Per chi sta intorno e giudica solo dalle apparenze (come facciamo noi molto spesso) è difficile accreditare quest'Uomo che parla da Dio... Non basta la Sua Parola, i Suoi miracoli... tutto ciò crea scandalo.
Gesù è amareggiato per tutto questo, nella Sua limpidezza d’animo non riesce a capacitarsi fino in fondo del rifiuto della Sua gente, dei suoi compaesani, dei Suoi più stretti vicini. La loro incredulità "gli lega le mani", in certo qual modo. Ma, come dirà Gesù risorto a Tommaso, “beati coloro che pur non avendo visto, crederanno”, dobbiamo cercare di essere puri di cuore e di intenzione, dobbiamo chiedere allo Spirito di aumentare la nostra fede per poter  dire: “Sì, Signore, io credo in Te”. 

domenica 28 aprile 2013

Lunedì della V Settimana di Pasqua
   
Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli 



 Lunedì 29 aprile 2013 – Santa Caterina da Siena  

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

In quel tempo, Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 

Spunto di meditazione e di preghiera personale:
 
Matteo ci riporta, nella Liturgia della Parola di oggi, alla rivelazione del rapporto speciale che Lui ha col Padre Celeste, ma che non esclude i discepoli, anzi! E' vero che tutte le Sue opere sono opere del Padre, tramite Lui, ma questo agire del Padre ha proprio nei discepoli (i 'piccoli') i suoi destinatari. Perché così 'è piaciuto' al Padre! Gli è piaciuto che questo amore fosse 'inclusivo' e non esclusivo ed escludente. Dio segue logiche completamente diverse dalle nostre.
Dio, nel Suo grande amore verso gli uomini, nonostante il veleno inoculato nella Creazione col peccato originale - che lascia tracce inequivocabili dall'omicidio di Abele e dalla corruzione al tempo del Diluvio Universale fino a "quel tempo” in cui Gesù parla (e fino ad ora...) - ha deciso di rispondere al male con la misericordia, mandando il Figlio come pegno e via di salvezza, come dono per la remissione dei peccati, inaugurando una nuova era di amore, fratellanza e carità, di speranza per il futuro. E di questo il Figlio gioisce.
Dare un senso alla nostra vita avendo come obiettivo il dono finale: il ritorno alla casa del Padre, la vita eterna vissuta in piena felicità e gloria al Suo fianco. Questo è il messaggio del Figlio dell’Uomo, che rivela la Sua natura Divina di Figlio di Dio incarnato, come via unica di accesso a Dio: si rivela affinché tutti lo riconoscano e si avvicinino a Lui, con fiducia, perché Lui solo tramite il Padre può dare conforto e ristoro agli oppressi.
Siate miti e umili di cuore, diffidate dei ragionamenti dei superbi e dei duri di cuore (gli scribi, i farisei, i Giudei induriti non sono purtroppo un semplice ricordo del passato, anzi!), vivete in semplicità di Spirito e in comunione con me e con il Padre, lodateLo ogni momento così come faccio Io - dice Gesù - e troverete pace e serenità per tutta la vita... “Io sono la Via, la Verità e la Vita, chi crede in me vivrà in eterno”!

lunedì 1 aprile 2013




Lunedì fra l’Ottava di Pasqua



Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno

Lunedì 1 aprile 2013

 Dal vangelo secondo Matteo (Mt 28,8-15)
  
In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.

  

Spunto di meditazione e di preghiera personale:

Abbiamo festeggiato la Pasqua di Risurrezione, l'evento straordinario che ha cambiato la storia del mondo, aprendo all'uomo la Vita stessa di Dio, la dimensione dell'eternità.
Con questo brano del Vangelo di Matteo affrontiamo invece oggi il ritorno alla vita ordinaria di tutti i giorni, ma nulla è più 'ordinario', nulla sarà come prima.
Le due "Marie" si incamminano verso il sepolcro ed arrivate sul posto incontrano un Angelo, che le conforta annunciando loro la Risurrezione - ecco il vero significato di quel sepolcro vuoto, che rimarrebbe senza questo un segno ambiguo! - e le esorta a tornare in città.
Ma ecco subito l'incontro con Lui, Gesù risorto... la gioia dell'incontro con il Maestro mista a stupore e timore (anche se Maria di Magdala aveva già assistito alla risurrezione del fratello Lazzaro): qui Gesù è trasfigurato, ora sanno che davvero l'Eterno è tra gli uomini, in forma umana! Gesù si sofferma con loro, le incoraggia e poi le esorta ad annunciare ai discepoli che presto lo incontreranno.
Gesù rende, ancora una volta, ordinario lo straordinario ed affida alle due donne il suo messaggio di gioia e di pace. Gesù ha condiviso con noi la nascita dal grembo materno ma ora è il primogenito della rinascita nello Spirito, che trasfigura la corporeità, la assume portandola alla sua massima espressione: è Lui la primizia di questa rinascita, che non si ferma alla Sua persona!
Gesù "rinascerà" anche dalle e nelle parole di queste due donne, il fulgore del Verbo incarnato e Risorto per la fede si farà presente nei cuori, nelle menti e negli occhi di tutti gli uomini. E' la seconda venuta, il secondo Avvento del Figlio dell'Uomo, la Sua parusìa, che è già iniziata...
Ma anche questa volta stupisce, ma ci fa riflettere, la pervicace ostinazione dei farisei nella negazione, che qui tocca il culmine: non sono disposti a riconoscerlo neanche dopo la sua risurrezione ed ordinano ai soldati di dire che il Suo corpo è stato trafugato dai Suoi discepoli... Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere... 
La domanda che ci dobbiamo porre è: 
Noi, come abbiamo creduto? Da che parte stiamo? Siamo pronti a credere a questo annuncio, che ci offre un'altra modalità di "vedere", di toccare con mano il Verbo della Vita, o anche noi preferiamo negare una realtà bellissima donata a tutti e "non" credere? Siamo capaci di unire cuore e mente nell'Amore infinito di Dio? 





mercoledì 27 marzo 2013


Mercoledì della Settimana Santa

In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà

Mercoledì 27 marzo 2013

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 26,14-25)
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Spunto di meditazione e preghiera personale:
Anche il Vangelo di Matteo affronta, come ha già fatto Giovanni, quel fallimento esistenziale terribile e doloroso che è il tradimento, che nella vita di Gesù - a cui non è risparmiato nulla di quanto  amareggia la vita dell'uomo - è personificato in Giuda Iscariota.Abbiamo già riflettuto insieme sul suo agire ieri, e appena prima lo abbiamo incontrato anche a Betania, con i grandi amici di Gesù, Marta, Maria e Lazzaro.In quell'occasione si rammaricava dello spreco di unguento costato trecento denari (l’equivalente odierno di qualche migliaia di euro) e poi invece vende Gesù per trenta miseri denari? Al di là del simbolismo, è evidente quanto sia insignificante la cifra in se stessa e come le ragioni di questo atto vadano ricercate più in profondità: non a caso la liturgia insiste nel riproporlo.Il primo tradimento si compie nella relazione interpersonale, come abbiamo visto ieri, ma Giuda ne compie un secondo, quello contro se stesso e contro la chiamata all'amore e alla santità che aveva ricevuto insieme agli altri Apostoli.La sua vita aveva avuto un regalo speciale, del tutto straordinario, per tre anni si era abbeverato 'in diretta' agli insegnamenti di Amore e di misericordia di Gesù, aveva visto con i suoi occhi i "segni" che accreditavano il Maestro come Messia: certo, diverso dalle aspettative di tutti, di Giuda in particolare.Ecco spiegato il tormento disperato della tristezza e la desolazione della consapevolezza che Giuda avrà nel momento in cui, con il suo bacio nell'orto del Getsemani, tutta la tragica verità del gesto del tradimento del Maestro apparirà ai suoi occhi, fino ad allora velati dalla rabbia e dalla presunzione, dal desiderio di vendetta per la delusione.Non sappiamo nulla della famiglia di Giuda, ma egli agisce come un uomo rimasto da solo, un isolato, così come sarà nel momento della consapevolezza: non sarà capace di gestire il rimorso per quanto fatto e invece di cercare i suoi fratelli (gli Apostoli), di incontrare i loro occhi e quelli di Gesù per trovare conforto, per chiedere perdono... persevera nel suo peccato e corre nell'unico posto dove non sarebbe mai dovuto andare: nelle fauci del lupo, il Sinedrio... Così parla Matteo (27,3-4): "Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d'argento ai sommi sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!»...".Impressionante questo gesto e questo dialogo! Giuda getta loro in faccia i trenta denari cercando di usarli, in un gesto di disperazione e di rabbia inconcludente quasi come merce di scambio, per tornare indietro nel tempo - fosse possibile! - e riavere la sua dignità, la grazia dell'essere discepolo, la gioia di vedere ancora libero il suo Maestro - fino allora tanto giudicato da lui, ma anche tanto amato - ma si scontra con il rifiuto, lo scherno, la violenza verbale e fisica di coloro che finalmente riconosce come nemici.
Gesù era stato l’unica persona a volergli bene, a dargli la giusta importanza tra i Dodici: confidava talmente nelle possibilità di crescita di questa persona da lasciargli la borsa del gruppo, anche quando era evidente la sua disonestà... non solo, ma conoscendo le sue intenzioni, non lo aveva fermato, lo aveva lasciato libero di scegliere, pur ammonendolo e mettendolo in guardia sulle conseguenze delle sue azioni...
Eccolo ora di nuovo solo e disperato, con un dolore incolmabile... L'unica cosa che il maligno gli suggerisce è che lui agli occhi del mondo sarà per sempre la causa della prigionia e della prossima condanna a morte del Messia... ed è così che, tradendo di nuovo se stesso e quella vivente Misericordia per il peccatore che è Gesù, non trova altro che la non-soluzione dell'auto-distruzione, non si apre alla possibilità di avere fiducia in Chi lo ha amato così tanto, da sempre... in Chi non lo ha mai giudicato, nemmeno quando lo metteva di fronte alla sua responsabilità e ora è pronto a sacrificarsi per lui e tutti gli uomini...
Purtroppo, Giuda lo tradirà di nuovo... e tradirà di nuovo e definitivamente se stesso, con una corda, appendendosi al ramo più alto di una di quegli alberi nello stesso giardino dove tutto ebbe inizio e... fine.

martedì 19 marzo 2013



V Settimana di Quaresima

Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore


Martedì 19 marzo - San Giuseppe, sposo della B.V. Maria - Solennità


Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 1,16.18-21.24a)

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore.


Spunto di meditazione e preghiera personale:

Ritorna il Vangelo di Matteo e ci presenta l’uomo del silenzio e dell’obbedienza: Giuseppe il padre putativo terreno di Gesù. Lo abbiamo chiamato l’uomo del silenzio non solo perché di lui si parla ben poco nei Vangeli, ma anche perché pur essendo una figura importante non lo si sente mai parlare; eppure egli è stato scelto da Dio stesso come guardiano della “Parola”, colui che in silenzio ed in secondo piano avrebbe vegliato sull'incolumità e sulla vita di Gesù e di Sua madre.
Ha accettato di sposare Maria, sua promessa, anche se incinta: un passaggio difficile, quello di accettare il mistero in questa donna e di questa donna, rimanendo per così dire "sulla soglia"...  Giuseppe è un uomo di fede, devoto al Signore, ma... come credere?
Già, eppure fa un sogno dove gli appare un Angelo a spiegargli tutto, a fargli presente quest'azione dello Spirito di Dio... un sogno...! E Giuseppe crede al Suo Signore ed in silenzio accetta, sposa Maria, incurante delle chiacchiere della gente, e cresce Gesù come fosse davvero Suo padre: sa che un giorno a Lui sarà destinato un altro destino, ma è felice così. Un grande esempio di paternità come assunzione di responsabilità, di dono totale ed incondizionato di sé.
Giuseppe si occupa dell'educazione del Bambino sia in Egitto, sia al ritorno in Israele, della Sua formazione religiosa (come ogni buon padre ebreo... immaginiamo un po'!), insegna a Gesù il suo lavoro - era un falegname - e lo ama con tutto se stesso. Gesù lo sa e lo comprende (pur manifestando già a 12 anni ci dice Luca, la coscienza della Sua filiazione divina), gli sarà al fianco assieme a Sua madre quando morirà (secondo una pia tradizione che ci piace ricordare qui), come fosse “suo figlio”.
La liturgia, proprio adesso che ci avviciniamo al termine della Quaresima - domenica celebreremo Le Palme - ci mette davanti l’inizio della redenzione (Avvento) e soprattutto chi ha creduto fin dal primo istante alla Parola incarnata: tra questi, accanto a Maria Santissima, proprio S. Giuseppe.
Assisteremo ad un tradimento, al rinnegamento, allo scarico di responsabilità (il lavarsi le mani di Pilato, che avrebbe potuto salvarlo), alla flagellazione, passione e morte in Croce, ma qui ricordiamo chi rimanendo sullo sfondo, senza chiedere nulla e nulla reclamare, gli ha voluto bene, lo ha protetto ed amato, tra i primi a credere (ma prima di lui c’è Maria) alle parole e all'Amore di Dio. Così Giuseppe affida la sua vita al Signore, come Lui affida a quest’umile grande uomo la vita di Suo Figlio.


mercoledì 6 marzo 2013


 III Settimana del Tempo di Quaresima

Chi insegnerà e osserverà i precetti, sarà considerato grande nel regno dei cieli


Mercoledì 6 marzo - San Marciano, Vescovo e martire

Dal Vangelo secondo Mattteo  (Mt 5,17-19)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».


Spunto di meditazione e di preghiera personale:

Spesso nella predicazione di Gesù abbiamo assistito alle critiche dei farisei, degli scribi e dei discepoli di Giovanni che a vario titolo gli contestavano la non osservanza della Legge. Gesù ha spesso risposto ribaltando i termini del problema e cioè affermando che bisogna agire non solo nel rispetto della Legge ma anche con amore verso il nostro prossimo e che in alcuni casi (per esempio, se in giorno di sabato era lecito o non lecito curare e salvare una vita, oppure il non rispetto delle abluzioni rituali prima del pasto) bisognava superare il limite dell’osservanza formale per adempiere ad un bene superiore: la salvezza di un uomo.
Ma Gesù, per altro verso, rischia di essere travisato dai suoi stessi discepoli, che davvero  potrebbero superficialmente interpretare la Sua azione come un sovvertimento della Legge mosaica. Quindi, ha bisogno di far capire loro che Lui non solo è portatore di un nuovo messaggio, di nuove regole, ma che allo stesso tempo bisogna rispettare anche la Legge Veterotestamentaria: essa non fa parte di un’altra tradizione, ma è stata data da Dio direttamente a Mosè, l’Antica Alleanza, le tavole della Legge, le scritture profetiche, per proteggere e redimere il suo popolo.
Gesù stesso è il compimento delle profezie Veterotestamentarie, è il Messia, ed in Lui si adempiranno tutte le profezie fino alla Passione, Morte e Resurrezione.
Gesù riafferma apertamente il valore dei “codici antichi” non solo come enunciazione di norme formalmente valide in quanto date da Dio, ma soprattutto come insegnamenti d’Amore trasmessi direttamente dal Padre Celeste ai Suoi figli, affinché essi imparino a rispettare e a condividere questi suoi comandamenti, come le regole, le tradizioni, i precetti, gli insegnamenti di un buon Padre.
 La Nuova Alleanza che Cristo propone e presenta agli uomini nel Vangelo è il segno della continuità e della trasformazione nel perdono dai peccati con la manifestazione più piena della misericordia di Dio, ma nella partecipazione al mistero Trinitario del Padre, Figlio e Spirito Santo attraverso la cui azione ed Amore tutto è possibile!

 


martedì 5 marzo 2013


 III Settimana del Tempo di Quaresima


Se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello, il Padre non vi perdonerà 



Martedì 5 marzo - Sant’Adriano e San Teofilo, (Cesarea in Palestina)

Dal Vangelo secondo Mattteo  (Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Spunto di meditazione e di preghiera personale:

Gesù sta insegnando, sta preparando gli apostoli alla futura evangelizzazione, e questi (come possiamo vedere dalla domanda di Pietro) non sembrano aver accolto appieno il senso del messaggio di Gesù,  di amore e misericordia.
Gesù rispondendo a colui che sappiamo ha designato come prima guida del Suo gregge dopo di Lui, parla del perdono, che deve essere l’atteggiamento caratterizzante degli uomini e dei suoi discepoli, in particolare.
Il Messia ribadisce che non sette volte, ma settanta volte sette bisogna perdonare chi commette colpe. L’altro, o meglio il perdono a lui concesso, deve diventare la condizione prima e irrinunciabile di ogni relazione umana.
Gesù come sempre utilizza una parabola per farsi capire dai Suoi, ed in estrema sintesi dice a Pietro (e a noi): Dio si aspetta che impariate a perdonare secondo la sovrabbondanza della Sua misericordia, quella che riversa su di voi a piene mani. Come del resto pregate (preghiamo!) praticamente tutti i giorni, nel 'Padre Nostro'.
Ecco il significato della grande sproporzione tra i due debiti - quello che abbiamo verso Dio è incommensurabilmente più grande - e l'ingiustificabile (agli occhi di Dio) reclamo della soddisfazione del proprio debito, la rivendicazione della propria 'giustizia', da parte del servitore appena perdonato nei confronti del suo compagno, invece di usare verso di lui la stessa misericordia appena implorata e ottenuta.
L'unica strada è quella di pazienza, benevolenza, amore verso il nostro prossimo, senza smettere mai (settanta volte sette), anche se l’errore viene reiterato, perché l’uomo è debole e nonostante la buona volontà può capitare che ricada sempre negli stessi errori.
Dio, nostro Padre, è sempre pronto alla misericordia, il suo Amore per noi è infinitamente grande, capace di perdonare anche la reiterazione continua degli stessi errori; ma ci chiede di usare lo stesso metro con i nostri fratelli, di essere capaci di usare misericordia e perdono come Lui fa con noi: questa è l’unica condizione che ci pone.
Così, saremo noi a porre l’eventuale limite alla Sua misericordia: saremo perdonati nella misura in cui saremo capaci noi di essere misericordiosi con il nostro prossimo: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”!


 

venerdì 1 marzo 2013


II Settimana del Tempo di Quaresima



La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo


Venerdì 1 marzo - Sant’Albino, Vescovo

 Dal Vangelo secondo Matteo  (Mt 21,33-43.45)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.  Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».  E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.


Spunto di meditazione e di preghiera personale:

Nel Vangelo di oggi troviamo Gesù che ripropone un tema molto caro ai profeti veterotestamentari: quello di Israele, vigna di Dio (cf. p. es. Is 5, 1-7). Il popolo di Dio è paragonato a questa coltivazione pregiata e delicata, la vigna appunto, affidata da Dio a dei custodi, i suoi capi religiosi (che poi effettivamente capiscono di essere i destinatari del racconto di Gesù).
La parabola dei vignaioli assassini è la risposta di Gesù alla durezza e malvagità dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo: come già il profeta Isaia, anche Gesù esprime il dolore e lo sconcerto di Dio per il loro comportamento, ma soprattutto per le scelte che faranno tra poco, durante la Pasqua. Proprio coloro che sono i custodi della Legge che Dio aveva affidato a Mosè, i depositari del frutto prezioso della Torah, coloro che dovrebbero guidare con saggezza e giustizia il popolo d’Israele, sono le stesse persone che stanno tramando per arrestarlo, con l’inganno (perché non avranno il coraggio di farlo alla luce del sole di fronte alle folle) e che sobilleranno il popolo per crocifiggerlo.
Il padrone (Dio) della vigna (Israele) l'aveva affidata ai contadini (sacerdoti e capi del popolo) perché ne avessero cura e la facessero fruttificare. Il padrone, a più riprese (in varie epoche)  manda i suoi servi (profeti, discepoli) a ritirare il raccolto (a predicare, a insegnare, a suscitare in Israele frutti di giustizia e di fedeltà a Dio) ma ad uno ad uno questi vengono rifiutati e uccisi; infine, potremmo dire quasi incredulo di fronte a tanta resistenza ostinata, decide di mandare il suo unico Figlio (Gesù) e dice: “Avranno rispetto per mio figlio!”...
E' straordinario, nelle parole di Gesù,  vedere come Dio quasi si ostini a sua volta a "pensar bene" dei custodi della vigna, giungendo a mettere a repentaglio la vita del Figlio: questi invece lo perseguiteranno e lo uccideranno, per paura di Lui e per rubare ciò che il Padre gli aveva affidato... il suo popolo, i suoi figli.
Ma la Sua morte invece di essere il coronamento del delirio di onnipotenza dei malvagi, diventa motivo di riscatto, addirittura genera la Vita (io sono la Via, la Verità, la Vita) con la resurrezione e la vittoria sulla morte.
Gesù allora è la pietra scartata dai costruttori di Gerusalemme che diventa testata d'angolo (cf. Sal 118,22), fondamento della nuova esistenza donata ai Suoi fratelli; pietra che a sua volta diventa fondamento per la professione di fede di Simone, "Cefa", la "pietra preziosa" su cui Gesù fa affidamento (l'apostolo Pietro, appunto: cf. Gv 1,42, Mt 16,18): lui, anche se fragile (lo rinnegherà per tre volte), sarà la pietra miliare della fondazione della Chiesa, il nuovo Israele.
Contempliamo oggi, in questa giornata speciale, la prima di "sede vacante", il mistero di quella Chiesa che ancora è talmente forte nella Sua fondazione da poter reggere e superare qualsiasi difficoltà si presenti. La Chiesa non è condizionata dall'agire degli uomini, ma piuttosto è plasmata dall'agire di Dio, che opera in essa e tramite essa, e noi ne siamo semplici mezzi, semplici operai (buoni operai, per grazia dello Spirito), servi inutili, come dice il Vangelo (Lc 17,10) nella Sua vigna. Riflettiamo allora sul grande esempio di umiltà che abbiamo ricevuto da Pietro in questi giorni. Preghiamo oggi per chi continuerà a vegliare sulla vigna del Signore, come un "pellegrino", da lontano: il nostro rispetto ed il nostro amore vadano a chi ha curato con rispetto dedizione, impegno e amore, il popolo di Dio. 
Arrivederci Santo Padre, sempre al Suo fianco, pellegrini nell'Amore di Cristo!


mercoledì 27 febbraio 2013



 II Settimana del Tempo di Quaresima


Lo condanneranno a morte



 Mercoledì 27 febbraio - S. Giuliano di Alessandria, martire (III° sec.)

 Dal vangelo secondo Matteo (Mt 20,17-28)

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».
Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
 

Spunto di meditazione e di preghiera personale:

Gesù continua a preparare i Suoi discepoli agli ultimi giorni della Sua vita terrena e spiega - qui, secondo i Vangeli, per la terza volta - con precisione cosa succederà; ma in realtà non sembra che gli apostoli lo comprendano, come era spesso accaduto in precedenza. Essi fino all'ultimo rimarranno increduli sulla Sua sorte, sperando anche loro che Gesù si ribelli a questa piega apparentemente assurda che le cose hanno preso, che “mostri i muscoli” e vinca la Sua battaglia come un vero condottiero.
Ma Gesù, che ha ben chiara la sostanza della Sua chiamata a testimoniare fino in fondo la Sua fedeltà al Padre, è quasi crudo nel descrivere minuziosamente il suo martirio di Passione e morte in Croce, aggiungendo però che il terzo giorno dopo la morte sarebbe risorto.
Gli apostoli lo amano, sono anni che lo seguono, hanno lasciato tutto per Lui: famiglie, lavoro, amici... come possono perdere ora il loro amico e maestro, il Messia, ora che l’hanno trovato? Ma tra l’incredulità e l'incomprensione generale, ecco che spunta un atteggiamento tipico dell’umana natura: la mamma di due apostoli (Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo), si avvicina per chiedere a Gesù di associarli a Lui per condividere ai suoi due figli la Sua stessa sorte ed addirittura di farli sedere con Lui in gloria, uno alla Sua destra ed uno alla Sua sinistra. Appare ovvio che ella non ha affatto capito che dovrebbero condividere la morte in Croce,  che sarà la vera gloria di Gesù. Quale madre chiederebbe la morte infame dei propri figli, seppur per portarli nella gloria eterna?
In realtà, ella pensa che Gesù, come un grande condottiero li farà sedere al Suo fianco, nel Suo regno (ma del tutto terreno!). Gesù infatti rivolto apertamente ai due giovani, che presumibilmente sono i "mandanti", dice: “Ma vi rendete conto di quello che mi chiedete? E vostra madre se ne rende conto? Sapete cosa significa bere del mio stesso calice?” Ovviamente non lo sanno, non se ne rendono conto e nemmeno gli altri apostoli lo comprendono, tanto è vero che fanno quasi a gara perché il posto d’onore alla Sua destra spetti ad uno di loro. Lo abbiamo già visto nel Vangelo di ieri, gli uomini cadono nel desiderio e nell'aspirazione di primeggiare, di partecipare alla gloria di Dio, ma i loro sentimenti sono legati al bisogno dell’apparire, del dominare, molto terreni e per nulla soprannaturali.
Gesù allora ancora una volta ricorda - a tutti, non solo ai due fratelli -  che Lui è venuto per servire e non per essere servito, per offrire la Sua vita come dono per la liberazione dei fratelli: quello che lui offre è il "segno dell’ultimo", di colui che è pronto ad essere umiliato ed ucciso per gli altri, per la loro salvezza.
In questo momento, Giacomo e Giovanni dimostrano di non essere in sintonia con Gesù, di essere ancora tutti presi da cose vane. Ciononostante, verrà il giorno in cui i due ambiziosi fratelli daranno la loro vita, come Cristo, per testimoniare la Verità: nel loro desiderio "fuori bersaglio" c'è comunque qualcosa di buono, che Gesù porterà a compimento.
Gesù ci dice che se vogliamo essere con Lui, dobbiamo essere pronti a bere nel Suo calice,  prendere ogni giorno la nostra croce e sopportarne il peso, fino a cadere, fino all'ultima energia che ci rimane, facendoci ultimi tra gli uomini e mettendo la nostra vita al servizio degli altri fratelli, in nome di quell'Amore infinito che il Padre ci ha donato con il Figlio e che continua a donarci ogni giorno della nostra vita con la Sua infinita misericordia.

martedì 26 febbraio 2013



II Settimana del Tempo di Quaresima


Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo 


Martedì 26 febbraio - Sant’Alessandro, Vescovo Patriarca di Alessandria (313 - 328)
 

 Dal Vangelo secondo Matteo  ( Mt 23,1-12)

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».


Spunto di meditazione e di preghiera personale:
 
Ancora molto vicino ai giorni nostri il Vangelo di oggi. Perché tocca un "punto caldo" di sempre: il senso dell'autorità spirituale, che può diventare potere.
Gesù affronta il problema di una categoria speciale di "potenti" dei suoi tempi, coloro   che detenevano appunto il potere spirituale, attraverso il controllo dell'interpretazione della Legge consegnata da Dio a Mosè.
Gesù non li critica in modo distruttivo, anzi dice a tutti: "rispettateli perché essi sono i custodi della Legge mosaica e rispettate ciò che dicono"; ma aggiunge: "non seguite però il loro esempio, perché essi dicono ma non fanno". Queste persone, con tutta la loro sapienza e supponenza, ostentano opere, azioni, si dichiarano maestri degli altri, si sono seduti sui gradini più alti dell'insegnamento e del mantenimento delle tradizioni, ma il loro comportamento in realtà non corrisponde alle cose che dicono e che dovrebbero rispettare per primi.
In loro, dice il Figlio di Dio - unico vero “Maestro”-, non c’è semplicemente una contraddizione tra il dire e il fare dovuta all'umana fragilità, c'è una malattia molto più profonda. Nei loro cuori non c'è traccia di Dio, del rispetto e dell'adesione alla Sua Parola, ma solo la volontà di mettersi in mostra, di cercare di emergere. C'è l'ego, ancora una volta...
Gesù lascia un’altro messaggio ai Suoi discepoli: li esorta a non farsi chiamare maestri, perché di maestro ce n'è uno solo; a non auto-glorificarsi mai, ma restare umili e ricordarsi che ognuno di loro dovrebbe rimanere sempre presente a se stesso ed al Signore, nel servizio e disponibilità ai fratelli.
Lui stesso era venuto al mondo per servire e non per essere servito: questa sarà anche la risposta che Gesù darà a Pilato quando gli chiederà se lui è davvero Re, sarà pronto a non operare “miracoli” per salvarsi ma a lasciare che gli uomini lo mettano in Croce, si donerà completamente ai Suoi fratelli per la loro salvezza.
L'unica autorevolezza è quella dell'Amore, e il pensiero non può non andare, leggendo queste righe del Vangelo, allo stesso Amore che in questi giorni ci insegna Benedetto XVI, sull'esempio di Gesù... lui l’uomo capo della Chiesa di Dio sulla Terra, l’uomo che siede sulla cattedra di Pietro, l’uomo che veste di bianco e che riassume in sé tutta l'autorità soprannaturale della Chiesa,  sceglie di rimettere tutto questo nelle mani di Dio e di rientrare nel silenzio della preghiera e del servizio più umile e 'oscuro' ai suoi fratelli. Un atto di umiltà e di Amore, il dono della rinuncia in vista di un bene più grande che lui misteriosamente intravede, il ritorno ad essere servo e non maestro, coerentemente con quanto annunciato fin dall'inizio del Suo pontificato... Ecco davvero un uomo che compie l'insegnamento evangelico, un umile lavoratore nella vigna del Signore!

sabato 23 febbraio 2013



 
Sabato della I settimana di Quaresima


Siate perfetti come il Padre vostro celeste



Sabato 23 febbraio – S. Policarpo, Vescovo e martire (I-II sec.) 



Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,43-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: "Amerai il tuo prossimo" e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 

Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 

Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».



Spunto di riflessione e di preghiera personale:

Il Vangelo di oggi ci porta sulla vetta più alta dell'insegnamento di Gesù, nel cuore del "Discorso della montagna" (Mt 5-7), il quale poi rappresenta - per così dire - la "carta di identità" dell'uomo nuovo che Cristo inaugura nella Sua persona.
La persona umana è "nuova" - a differenza di tanti altri modelli fallimentari sbandierati dai tanti falsi Messia della storia - in quanto innestata in una nuova creazione, di cui Gesù è la primizia.
In Lui diventa possibile, per la grazia dello Spirito Santo, l'amore senza limiti, l'amore che oltrepassa anche i limiti della barriera 'naturale' più invalicabile: il nemico.
Se il nemico è amato, non è più nemico, cambia tutto perché cambia la relazione. Si tratta, come Gesù rammenta, di qualcosa di "stra-ordinario", che eccede l'ordinario... nell'ordinarietà, odio chiama odio, rancore chiama rancore, male chiama vendetta: è tutto banalmente scontato.
Di fronte a questa parola del Signore possiamo riconoscere la nostra fondamentale libertà, non siamo condannati al vuoto che lasciano dentro il rancore, la rabbia, l'odio: c'è una 'ricompensa' che è la libertà di amare già contenuta nell'atto di amore gratuito.
Proprio questo Vangelo contribuisce a riscattare la parola "amore" da quel limbo sentimentale ed emotivo in cui il nostro tempo l'ha rinchiusa, depotenziandola e impoverendola, addirittura favorendo fraintendimenti drammatici: agàpe - i cristiani diventarono anche plasmatori di terminologia nuova, per indicare la forza originale dell'esperienza vissuta nella risurrezione - esprime tutta la forza del gesto di spalancare le braccia sulla croce per trasmettere a noi, uccisori del Giusto che non ricambia il male col male, che non giudica, che usa a tutti benevolenza, la Vita fino all'ultima stilla.